VOCI DAL TEMPIO: I dialoghi (im)possibili di So.Crem ETS Genova con Tamara De Lempicka

Immagine manipolata con IA

“La bellezza non è mai stata il mio scopo. È sempre stata il mio linguaggio.”
Intervista immaginaria di Maria Galasso


Ci sono artisti che raccontano il proprio tempo.
Altri che lo anticipano.
E poi esistono rarissimi casi in cui un artista non si limita a dipingere un’epoca, ma costruisce
deliberatamente un personaggio destinato a sopravviverle.
Tamara de Lempicka appartiene a questa categoria.
La sua storia attraversa rivoluzioni, esili, salotti aristocratici, atelier parigini, grattacieli americani e
palazzi italiani. Ma sarebbe un errore leggerla soltanto come la biografia di una pittrice.
Tamara fu anche la creatrice di sé stessa.
Modificò più volte la propria data di nascita.
Confuse volutamente le origini familiari.
Riscrisse episodi della propria giovinezza.
Molti interpretarono questi cambiamenti come vanità.
Forse erano qualcosa di molto più profondo.
Per lei l’identità non era un’eredità.
Era un’opera.
E come ogni opera poteva essere corretta, perfezionata, reinventata.
Le sue donne non chiedono protezione.
I loro sguardi non cercano consenso.
Le loro mani non implorano.
Possiedono.
Dominano.
Scelgono.

Forse è proprio questo il motivo per cui, a quasi un secolo di distanza, continuano a sembrarci
contemporanee.
Nel Tempio il silenzio non è assenza di suono.
È una presenza.
Le colonne sembrano custodire il tempo invece di sostenerne il peso.
La luce scende dall’alto, sfiora il marmo e disegna superfici nette, geometriche, quasi fossero uscite
da uno dei suoi quadri.
Poi accade qualcosa.
Non sento passi.
Non si apre alcuna porta.
Una figura prende lentamente forma, come se fosse sempre appartenuta a questo luogo e soltanto
ora avesse deciso di lasciarsi vedere.
Indossa un lungo abito color avorio.
Il turbante incornicia un volto scolpito con la stessa precisione delle sue figure.
I guanti sono perfetti.
Ogni piega dell’abito sembra studiata.
Persino l’immobilità appare una scelta.
Mi osserva.
Non sorride.
Ma nello sguardo riconosco immediatamente qualcosa.
Non superbia.
Controllo.
Il controllo di chi ha imparato molto presto che la vita può toglierti tutto.
Tranne ciò che riesci a costruire con le tue mani.
Davanti a me c’è Tamara de Lempicka.

Madame de Lempicka, se dovesse presentarsi a chi non l’ha mai conosciuta, direbbe di essere
una pittrice?

Sorride appena.
«No.
Direi di essere una donna che ha scelto di non farsi definire dagli altri.
La pittura è stata il modo migliore che ho trovato per riuscirci.»

Ha cambiato più volte la sua biografia. L’anno di nascita, il luogo in cui era nata, perfino
alcuni ricordi dell’infanzia. Perché?

«Perché la memoria è un materiale vivo.
La gente immagina che la propria identità sia qualcosa di immobile.
Io no.
L’identità si costruisce. Si lima. Si protegge. Si scolpisce.
Un pittore modifica continuamente una tela.
Per quale motivo non dovrebbe poter fare lo stesso con la propria vita?»

Non aveva paura che qualcuno la smascherasse?
«Smascherare cosa?
Esiste forse una sola verità su una persona?
Ogni individuo racconta sé stesso in modo diverso a seconda di chi ha davanti.
Io l’ho fatto con maggiore eleganza.»

La sua infanzia quanto ha inciso sulla donna che sarebbe diventata?
Per la prima volta abbassa lo sguardo.
«Più di quanto abbia mai ammesso.
Mia madre possedeva un’eleganza naturale.
Entrava in una stanza e sembrava che anche i mobili si disponessero diversamente.
Da lei imparai che l’immagine non è superficialità.

È linguaggio.
Mio padre, invece, scomparve molto presto dalla mia vita.
Le assenze educano quanto le presenze.
Forse di più.»

Che cosa le insegnò quell’assenza?
Rimane in silenzio.
«Che non bisogna dipendere da nessuno.
Le persone possono andarsene. Le fortune possono svanire. Le nazioni possono crollare.
L’unica ricchezza davvero sicura è quella che costruisci dentro di te.»

Da bambina sognava già di diventare pittrice?
Ride piano.
«No.
Da bambina sognavo di diventare libera.
La pittura arrivò dopo.»

Quando capì che non avrebbe avuto una vita ordinaria?
«Quando mi accorsi che l’ordinario pretende sempre un prezzo troppo alto.
Obbedienza. Conformismo. Piccole rinunce quotidiane.
Preferii pagare il prezzo dell’indipendenza.»

Lei si sposò giovanissima con Tadeusz Łempicki. Poi arrivò la Rivoluzione Russa.
Il volto resta immobile.
Ma la voce cambia.
Più lenta.

«In pochi mesi il mondo smise di assomigliare a quello che conoscevo.
Le case cambiarono proprietario.
Le persone cambiarono volto.
Gli amici impararono a diffidare gli uni degli altri.
Mio marito venne arrestato.
Per giorni non seppi se fosse vivo.»

Come riuscì a liberarlo?
«Con ostinazione.
Quando desidero qualcosa divento molto paziente. E molto pericolosa.
Parlai con diplomatici. Con funzionari. Con chiunque potesse aiutarmi.
Alla fine tornò libero. Ma la nostra vita non esisteva più.»

Che cosa prova una persona quando perde tutto?
Il silenzio dura qualche secondo.
«All’inizio non prova nulla. La mente si rifiuta di capire. Poi arriva una sensazione curiosa.
Scopri quanto poco possiedi davvero.
Una casa. Del denaro. Dei gioielli.
Sono soltanto oggetti.
La vera perdita è la certezza. Quando quella scompare, sei costretto a reinventarti.»

Fu allora che nacque Tamara de Lempicka?
«No.
Fu allora che morì la ragazza che ero stata.
La donna venne dopo.»

Arriva a Parigi senza patrimonio, senza protezioni, con una bambina da crescere. Molti
avrebbero cercato semplicemente di sopravvivere. Lei, invece, decide di diventare una pittrice
famosa.

«Perché sopravvivere non mi è mai interessato.
Io volevo vivere.
E vivere, per me, significava non dipendere economicamente da nessuno.
Le donne della mia epoca dovevano trovare un marito ricco.
Io preferii trovare dei collezionisti.»

È vero che studiava con una disciplina quasi militare?
Sorride.
«La disciplina è il talento degli adulti.
L’ispirazione è un lusso. Il lavoro è una necessità.
Entravo nello studio ogni mattina come un medico entra in ospedale.
Non aspettavo il desiderio. Cominciavo a dipingere.»

Lei ha detto una volta: “Fra cento quadri mediocri ce n’è sempre uno buono”.
«Sì.
Perché il perfezionismo non consiste nell’attendere il capolavoro.
Consiste nel lavorare abbastanza da permettergli di arrivare.»

Quando comprese che il successo era ormai vicino?
Ride.
«Quando iniziai a vedere persone molto ricche aspettare il proprio turno.
L’arte cambia davvero posizione sociale soltanto quando sono i potenti a cercare l’artista, e non il
contrario.»

Se dovesse scegliere un luogo per parlare di ciò che resta di una vita, sceglierebbe un museo o
un luogo come questo Tempio?

«Questo. Nei musei si conservano le opere. Qui si conserva il loro significato.»

Il Tempio torna silenzioso.
Tamara osserva una luce che attraversa il pavimento.
Per un istante sembra tornare la giovane profuga arrivata a Parigi con poche valigie e moltissime
paure.
Poi quell’immagine scompare.
Davanti a me resta la donna che il mondo avrebbe imparato a conoscere.
Non aveva semplicemente ricostruito la propria vita.
L’aveva progettata.
Come si progetta un edificio destinato a sopravvivere ai secoli.
E forse è proprio questo il segreto della sua arte.
Prima ancora di dipingere donne invincibili, Tamara de Lempicka aveva dovuto imparare a
diventarlo lei stessa.

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