Intervista impossibile a Ippocrate. Quando curare significa comprendere l’uomo.

Rosagemma Ciliberti professoressa associata di Bioetica all’Università di Genova e Alessia Sigismondi, dirigente inferrmieristico e Referente della formazione dell’istituto Paverano dell’Opera Don Orione di Genova dialogano con Ippocrate, padre della medicina occidentale

Introduzione

Da quasi venticinque secoli il nome di Ippocrate accompagna la storia della medicina.

Ma che cosa accadrebbe se oggi potessimo rivolgergli le domande della bioetica contemporanea?

Potremmo chiedergli che cosa significhi davvero curare. Se il medico debba fare tutto ciò che la tecnica gli consente di fare. Quale responsabilità abbia nei confronti della sofferenza. Dove si trovi il confine tra curare e nuocere. Che cosa significhi rispettare la persona malata. Se la salute riguardi soltanto il corpo oppure anche l’ambiente nel quale viviamo. E, infine, che cosa possa fare la medicina quando non può più guarire.

Questa intervista nasce da un esercizio volutamente im-possibile.

Le domande appartengono al nostro tempo. Le risposte appartengono al Corpus Hippocraticum.

I testi citati non vengono trasformati in affermazioni estranee alle fonti ippocratiche: sono riportati nell’originale greco e tradotti in italiano. Il dialogo nasce dall’incontro tra quelle parole antiche e le domande della bioetica contemporanea.

Perché interrogare il passato non significa costringerlo a parlare la nostra lingua.

Significa ascoltare quanto delle sue domande continui ancora a riguardarci.

Rosagemma Ciliberti: Maestro Ippocrate, viviamo in un’epoca nella quale la medicina dispone di possibilità che per Lei sarebbero state inimmaginabili: possiamo vedere dentro il corpo, sostituire organi, modificare geni, affidare diagnosi ad algoritmi. Eppure, continuiamo a leggere i Suoi scritti.

Che cosa può insegnare alla medicina tecnologica un medico vissuto quasi venticinque secoli fa?

Ippocrate

«Ὁ βίος βραχὺς, ἡ δὲ τέχνη μακρὴ, ὁ δὲ καιρὸς ὀξὺς, ἡ δὲ πεῖρα σφαλερὴ, ἡ δὲ κρίσις χαλεπή. Δεῖ δὲ οὐ μόνον ἑωυτὸν παρέχειν τὰ δέοντα ποιεῦντα, ἀλλὰ καὶ τὸν νοσέοντα, καὶ τοὺς παρεόντας, καὶ τὰ ἔξωθεν.» (Corpus Hippocraticum, Aforismi, I, 1; testo greco secondo É. Littré, Œuvres complètes d’Hippocrate, vol. IV, Paris, Baillière, 1844, pp. 458 ss.).

«La vita è breve, l’arte medica lunga, l’occasione fuggevole, l’esperienza fallace, il giudizio difficile. Occorre che non soltanto il medico faccia ciò che è necessario, ma che concorrano anche il malato, coloro che gli sono accanto e le circostanze esterne.»

Commento bioetico

Il testo più celebre della medicina occidentale comincia con una dichiarazione di limite.

La celebre formulazione latina Ars longa, vita brevis può tuttavia trarre in inganno il lettore contemporaneo. Il termine greco è τέχνη (téchnē): non “arte” nel significato prevalentemente estetico che oggi attribuiamo alla parola, ma l’arte medica intesa come sapere e pratica professionale, competenza che richiede apprendimento ed esperienza.

La vita del singolo medico è breve; l’arte della medicina, invece, richiede un tempo lungo per essere appresa e padroneggiata. L’occasione per intervenire è fuggevole, l’esperienza può rivelarsi fallace e il giudizio è difficile.

Ma l’aforisma non termina qui. La sua seconda parte allarga significativamente la prospettiva: perché la cura possa realizzarsi non basta che il medico faccia ciò che deve. Entrano in gioco anche il malato, coloro che gli sono accanto e «le circostanze esterne» (τὰ ἔξωθεν).

La medicina appare così, fin dalle prime parole degli Aforismi, come un sapere che deve confrontarsi con una pluralità di fattori e con limiti che nessun medico può governare interamente da solo.

È una lezione sorprendentemente contemporanea.

L’aumento della potenza tecnologica non elimina l’incertezza clinica e morale. Al contrario, quanto più aumentano le possibilità di intervento, tanto più diventa necessario domandarsi non soltanto che cosa possiamo fare, ma che cosa sia giusto fare.

La prima virtù del medico potrebbe allora non essere l’onnipotenza, ma la consapevolezza del proprio limite.

2. Alessia Sigismondi: Lei ha appena chiamato in causa il malato. È un passaggio che colpisce il lettore contemporaneo. Oggi insistiamo sulla partecipazione della persona al percorso di cura e sul superamento di una medicina puramente direttiva. Quale posto occupa il malato nella relazione con il medico?

Ippocrate

«Ἡ τέχνη διὰ τριῶν, τὸ νόσημα καὶ ὁ νοσέων καὶ ὁ ἰητρός· ὁ ἰητρὸς ὑπηρέτης τῆς τέχνης· ὑπεναντιοῦσθαι τῷ νοσήματι τὸν νοσέοντα μετὰ τοῦ ἰητροῦ.» (Corpus Hippocraticum, Epidemie, I, 11).

«L’arte si compone di tre elementi: la malattia, il malato e il medico. Il medico è servitore dell’arte; il malato deve contrastare la malattia insieme con il medico.»

Commento bioetico

Non siamo ancora, naturalmente, di fronte al principio moderno di autonomia del paziente e sarebbe anacronistico presentare il passo in questi termini. Eppure, compare un’intuizione fondamentale: il malato non è assente dalla scena della cura. Medico e malato sono posti insieme di fronte alla malattia.

La cura non appare soltanto come l’esercizio di un sapere tecnico su un corpo passivo. Richiede anche il coinvolgimento del malato.

A distanza di secoli possiamo leggervi, con la necessaria cautela storica, un antecedente remoto di quella dimensione collaborativa della relazione terapeutica che la medicina contemporanea considera essenziale.

3. Rosagemma: Se medico e malato affrontano insieme la malattia, rimane però una domanda decisiva: verso quale fine deve essere orientata l’azione del medico? Se dovesse condensarne in poche parole l’obbligo fondamentale, quale sarebbe?

Ippocrate

«Ἀσκεῖν περὶ τὰ νοσήματα δύο, ὠφελεῖν ἢ μὴ βλάπτειν.» (Corpus Hippocraticum, Epidemie, I, 11).

«Nelle malattie bisogna perseguire due cose: giovare o non nuocere.»

Commento bioetico

In queste parole troviamo uno dei nuclei più duraturi della tradizione etica ippocratica: giovare e non nuocere.

È opportuno distinguere questo passo dalla celebre formula latina primum non nocere — «anzitutto non nuocere» — che non compare letteralmente in questi termini nel Giuramento ippocratico, sebbene il principio di agire a beneficio del malato e di astenersi dal danno sia chiaramente presente nel Giuramento. Il testo delle Epidemie utilizza invece l’espressione «ὠφελεῖν ἢ μὴ βλάπτειν» — «giovare o non nuocere».

La formulazione accosta così due esigenze: orientare l’azione verso il beneficio del malato e, al tempo stesso, evitare di arrecargli danno. Letto attraverso le categorie della bioetica contemporanea, il passo richiama quelli che oggi definiamo principi di beneficenza e di non-maleficenza. Curare significa assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni. Non basta che un intervento sia tecnicamente possibile: occorre interrogarsi sul beneficio che può offrire a quella persona e sui danni che può comportare.

4.Alessia: Noi oggi parliamo di ambiente e salute, cambiamento climatico, inquinamento, qualità dell’acqua, One Health e salute planetaria.

Lei, però, oltre duemila anni fa chiedeva al medico di osservare le stagioni, i venti e le acque del luogo in cui le persone vivono. Si può davvero comprendere la salute di un essere umano senza conoscere l’ambiente nel quale vive?

Ippocrate

«Ἰητρικὴν ὅστις βούλεται ὀρθῶς ζητεῖν, τάδε χρὴ ποιεῖν· πρῶτον μὲν ἐνθυμεῖσθαι τὰς ὥρας τοῦ ἔτεος […] ἔπειτα δὲ τὰ πνεύματα […] δεῖ δὲ καὶ τῶν ὑδάτων ἐνθυμεῖσθαι τὰς δυνάμιας.» (Corpus Hippocraticum, Arie, acque, luoghi, 1).

«Chi voglia indagare correttamente la medicina deve fare questo: anzitutto considerare le stagioni dell’anno […] poi i venti […] e deve considerare anche le proprietà delle acque.»

Commento bioetico

Qui lo sguardo medico cambia scala. Il corpo non è isolato dal mondo. Stagioni, venti, acque e caratteristiche dei luoghi entrano nell’osservazione della salute.

Non possiamo attribuire a Ippocrate i concetti contemporanei di One Health o salute planetaria. Possiamo però riconoscere nel testo ippocratico una concezione della salute attenta alle relazioni tra l’essere umano e l’ambiente in cui vive. 

Letto attraverso le categorie contemporanee, questo sguardo acquista una particolare attualità: ci ricorda che comprendere la salute significa considerare non soltanto ciò che accade all’interno del corpo, ma anche le condizioni ambientali nelle quali la vita si svolge.

5. Rosagemma: Quindi un medico, prima di domandare «dove Le fa male?», dovrebbe forse chiedere anche «dove vive?».

Ippocrate

«Ὥστε ἐς πόλιν ἐπειδὰν ἀφίκηταί τις, ἧς ἄπειρός ἐστι, διαφροντίσαι χρὴ τὴν θέσιν αὐτῆς […] καὶ τῶν ὑδάτων πέρι ὡς ἔχουσι […] καὶ τὴν δίαιταν τῶν ἀνθρώπων.» (Corpus Hippocraticum, Arie, acque, luoghi, 1.)

«Quando si giunge in una città che non si conosce, bisogna considerarne la posizione […] osservare come siano le acque […] e il modo di vita degli abitanti.»

Commento bioetico

È una delle immagini più suggestive del trattato: il medico che, prima ancora di osservare il singolo malato, osserva la città.

Oggi potremmo estendere idealmente quello sguardo all’inquinamento atmosferico, alla qualità dell’acqua, alle condizioni abitative, agli ambienti di lavoro, alle disuguaglianze sociali, all’accesso alle cure e agli effetti del cambiamento climatico.

Sono categorie che appartengono al nostro tempo, non alla medicina ippocratica. Ma la domanda che il testo antico ci consegna rimane sorprendentemente attuale: quanto dell’ambiente in cui viviamo entra nella nostra salute?

Se l’ambiente può contribuire a generare salute o malattia, la sua tutela assume anche una dimensione di responsabilità verso la salute umana.

6.Alessia: La paura della malattia ha sempre generato superstizioni. Anche oggi, nonostante il progresso scientifico, prosperano pseudoscienze, false cure e spiegazioni prive di fondamento.

Come dovrebbe reagire la medicina?

Ippocrate

«Οὐδέν τί μοι δοκέει τῶν ἄλλων θειοτέρη εἶναι νούσων οὐδὲ ἱερωτέρη, ἀλλὰ φύσιν μὲν ἔχει ἣν καὶ τὰ λοιπὰ νουσήματα.» (Corpus Hippocraticum, Sul male sacro, 1.)

«Non mi sembra che questa malattia sia più divina o più sacra delle altre: ha invece una natura, come le altre malattie.»

Commento bioetico

Il riferimento è all’epilessia, il cosiddetto «male sacro». L’autore ippocratico contesta l’idea che questa malattia abbia un’origine divina diversa da quella delle altre malattie e ne ricerca le cause nella φύσις, nella natura.

La bioetica contemporanea può ricavarne una responsabilità precisa: rispettare la persona non significa assecondare qualunque spiegazione della malattia. Significa anche proteggerla dall’inganno e orientare la cura secondo conoscenze fondate su evidenze affidabili.

7.Alessia: La medicina contemporanea può intervenire sempre di più. Ma la possibilità tecnica rischia qualche volta di trasformarsi in un imperativo: se possiamo fare qualcosa, sentiamo di doverla fare.

Esiste un limite interno alla medicina?

Ippocrate

«Διαιτήμασί τε χρήσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμήν, ἐπὶ δηλήσει δὲ καὶ ἀδικίῃ εἴρξειν.» (Corpus Hippocraticum, Giuramento.)

«Userò i regimi di cura a beneficio dei malati, secondo le mie capacità e il mio giudizio; mi asterrò invece dal danno e dall’ingiustizia».

Commento bioetico

Nel Giuramento l’azione del medico è orientata al beneficio del malato e delimitata dall’impegno ad astenersi dal danno e dall’ingiustizia. È qui che ritroviamo, in una formulazione diversa da quella delle Epidemie, quella duplice esigenza di giovare e non nuocere che abbiamo già incontrato.

Naturalmente il testo antico non affronta il problema contemporaneo dell’eccesso tecnologico. Letto alla luce delle questioni bioetiche odierne, tuttavia, ci invita a distinguere ciò che la medicina può fare da ciò che è appropriato fare per il bene di quella persona.

Questa distinzione diventa decisiva nei problemi dell’appropriatezza terapeutica e dei trattamenti sproporzionati. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è necessariamente clinicamente appropriato o moralmente giustificato.

Il limite non rappresenta sempre una sconfitta della medicina. Talvolta rappresenta una forma della sua responsabilità.

8. Rosagemma: Maestro, può essere un buon medico anche chi riconosce che un determinato intervento non appartiene alla propria competenza e deve essere affidato ad altri?

Ippocrate

«Οὐ τεμέω δὲ οὐδὲ μὴν λιθιῶντας, ἐκχωρήσω δὲ ἐργάτῃσιν ἀνδράσι πρήξιος τῆσδε.»

(Corpus Hippocraticum, Giuramento.)

«Non inciderò neppure coloro che soffrono di calcoli, ma lascerò questa pratica agli uomini che di essa si occupano.»

Commento bioetico

Il contesto storico è lontanissimo dalla medicina contemporanea: il Giuramento si riferisce qui specificamente alla litotomia, l’intervento praticato per i calcoli, che viene lasciato a operatori dediti a tale pratica. Sarebbe quindi anacronistico leggere queste parole come una formulazione già compiuta del moderno principio di specializzazione professionale.

Il passo, tuttavia, può essere letto oggi come una potente immagine del limite della propria competenza.

Conoscere il limite della propria competenza fa parte della competenza. Il buon medico non è colui che pretende di poter fare tutto. È anche colui che sa quando fermarsi, quando chiedere aiuto e quando affidare il paziente a chi possiede la competenza necessaria.

In una medicina sempre più specialistica, questo antico limite può così essere riletto, senza sovrapporre categorie moderne al testo, alla luce della responsabilità professionale contemporanea.

9. Alessia: La malattia rende vulnerabili. Il medico entra letteralmente e simbolicamente nell’intimità della persona. Come deve comportarsi di fronte al potere che questa relazione gli conferisce?

Ippocrate

«Ἐς οἰκίας δὲ ὁκόσας ἂν ἐσίω, ἐσελεύσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων, ἐκτὸς ἐὼν πάσης ἀδικίης […] καὶ ἀφροδισίων ἔργων […] ἐλευθέρων τε καὶ δούλων.» (Corpus Hippocraticum, Giuramento.)

«In qualunque casa entrerò, vi entrerò per il beneficio dei malati, tenendomi lontano da ogni ingiustizia […] e da atti sessuali […] sia con donne sia con uomini, liberi o schiavi.»

Commento bioetico

Qui il Giuramento riconosce implicitamente qualcosa di essenziale: la relazione terapeutica è una relazione asimmetrica. Chi cura acquisisce accesso al corpo, all’intimità e alla fragilità dell’altro. 

Proprio per questo il sapere medico non può trasformarsi in potere sul malato.

Il testo appartiene a una società profondamente diversa dalla nostra, nella quale esisteva la schiavitù. Ma è significativo che il medico si impegni ad astenersi dall’abuso sessuale nei confronti di donne e uomini, liberi e schiavi.

Letto attraverso le categorie della bioetica contemporanea, il passo richiama la responsabilità che nasce dall’asimmetria della relazione di cura: quanto maggiore è la vulnerabilità di chi si affida al medico, tanto più rigoroso deve essere il limite imposto al potere di chi cura.

10. Rosagemma: Oggi un medico non custodisce soltanto parole confidate nello studio. Custodisce cartelle cliniche, dati genetici, immagini, informazioni digitali capaci di raccontare aspetti profondissimi della vita di una persona.

A chi appartiene ciò che il medico viene a conoscere?

Ippocrate

«Ἃ δ’ ἂν ἐν θεραπείῃ ἢ ἴδω ἢ ἀκούσω […] ἃ μὴ χρή ποτε ἐκλαλεῖσθαι ἔξω, σιγήσομαι, ἄρρητα ἡγεύμενος εἶναι τὰ τοιαῦτα.» (Corpus Hippocraticum, Giuramento.)

«Ciò che durante la cura vedrò o udrò […] e che non deve essere divulgato all’esterno, tacerò, ritenendo tali cose segrete.»

Commento bioetico

Dalla parola affidata al medico al dato genetico conservato in un server sono trascorsi millenni.

La domanda morale, però, è riconoscibile: che cosa siamo autorizzati a fare di ciò che sappiamo dell’altro?

Il segreto professionale non è soltanto una regola amministrativa. Protegge la possibilità stessa della relazione di cura.

Senza fiducia non esiste confidenza; senza confidenza, spesso, non esiste una buona medicina. Naturalmente il Giuramento non conosce i problemi contemporanei della protezione dei dati, della condivisione delle informazioni sanitarie o dei big data. Ma pone con straordinaria nettezza un obbligo di riservatezza nei confronti di ciò che il medico vede e ascolta.

Nell’epoca dei big data sanitari, l’antico «tacerò» può essere riletto come richiamo alla responsabilità che accompagna ogni conoscenza acquisita nella relazione di cura.

11.Alessia: Maestro, qui devo portarLa davanti a un problema che appartiene soprattutto al nostro tempo. Oggi la medicina può prolungare la vita in condizioni che il mondo antico non avrebbe potuto immaginare. Può accadere, però, che una persona, nella sofferenza, chieda al medico non più di prolungare la propria vita, ma di aiutarla a morire. Nel Giuramento troviamo parole molto nette sulla somministrazione di un farmaco mortale. Quali sono?

Ippocrate

«Οὐ δώσω δὲ οὐδὲ φάρμακον οὐδενὶ αἰτηθεὶς θανάσιμον, οὐδὲ ὑφηγήσομαι συμβουλίην τοιήνδε.» (Corpus Hippocraticum, Giuramento).

«Non darò a nessuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un simile consiglio.»

Commento bioetico

Qui occorre la massima cautela. Il testo è inequivocabile nel formulare un divieto, ma sarebbe storicamente scorretto farne una risposta diretta e senza mediazioni all’attuale dibattito sull’eutanasia e sul suicidio medicalmente assistito.

Le categorie giuridiche, cliniche e morali contemporanee non appartengono al mondo antico, così come non appartengono a quel mondo le possibilità tecnologiche di prolungamento della vita di cui dispone oggi la medicina.

Il passo, tuttavia, pone una domanda che continua ad attraversare la bioetica: esiste un confine che il medico non deve oltrepassare neppure quando è il paziente stesso a chiederglielo?

Il Giuramento antico risponde ponendo un limite all’azione del medico. La bioetica contemporanea continua a discutere il significato, il fondamento e la portata di tale limite in contesti radicalmente mutati.

Ed è proprio la distanza tra le due epoche a rendere il dialogo fecondo.

12. Rosagemma: Anche l’inizio della vita pone alla medicina contemporanea interrogativi enormi: procreazione medicalmente assistita, diagnosi prenatale, interventi sull’embrione, interruzione della gravidanza. Sono questioni che appartengono in larga parte al nostro tempo. Ma che cosa troviamo nel Suo Giuramento?

Ippocrate

«Ὁμοίως δὲ οὐδὲ γυναικὶ πεσσὸν φθόριον δώσω.» (Corpus Hippocraticum, Giuramento).

«Allo stesso modo non darò a una donna un pessario abortivo.»

Commento bioetico

Anche in questo caso il testo deve essere lasciato parlare nel proprio contesto. 

Non possiamo trasformare una frase del mondo greco in una risposta diretta alle legislazioni, alle tecnologie riproduttive e alle categorie bioetiche contemporanee.

Il Giuramento formula qui un divieto specifico: non somministrare a una donna un pessario abortivo. Sarebbe improprio estendere automaticamente questo precetto antico a tutte le questioni che oggi collochiamo nell’ambito dell’etica della riproduzione.

Il passo testimonia, tuttavia, che anche l’intervento del medico sulla gravidanza era sottoposto, nel Giuramento, a un limite.

La domanda che giunge fino a noi non è dunque una risposta pronta, ma un problema: quando la medicina acquisisce potere sui processi della vita, quali responsabilità accompagnano quel potere?

13.Alessia: Abbiamo parlato di scienza, ambiente, vulnerabilità, nascita e morte.

A questo punto viene spontaneo chiederLe: basta essere tecnicamente bravi per essere buoni medici?

Ippocrate

«Μετάγειν τὴν σοφίην ἐς τὴν ἰητρικὴν καὶ τὴν ἰητρικὴν ἐς τὴν σοφίην. Ἰητρὸς γὰρ φιλόσοφος ἰσόθεος.» (Corpus Hippocraticum, Sul decoro [De decoro], 5.)

«Bisogna portare la sapienza nella medicina e la medicina nella sapienza. Il medico che è filosofo è pari a un dio.»

Commento bioetico

La formula è volutamente solenne, ma il suo nucleo è particolarmente suggestivo: medicina e sapienza vengono poste in relazione tra loro.

Non dobbiamo naturalmente identificare la σοφίη del testo antico con la bioetica contemporanea. Possiamo però raccogliere la provocazione che quelle parole rivolgono al nostro tempo: la competenza tecnica, da sola, è sufficiente a fare un buon medico?

Una medicina dotata di strumenti potentissimi ma incapace di interrogarsi sui propri fini rischia di confondere ciò che è possibile con ciò che è giusto. La competenza scientifica ci permette di comprendere come intervenire; la riflessione bioetica ci obbliga a domandarci anche perché intervenire, per chi, fino a dove e con quali conseguenze.

È nello spazio aperto da queste domande che la medicina incontra oggi la bioetica.

14. Rosagemma: Maestro Ippocrate, dopo quasi venticinque secoli la medicina è diventata qualcosa che Lei non avrebbe potuto immaginare. Eppure, il medico continua a trovarsi davanti a un essere umano che soffre, spera, teme e qualche volta muore.

Se dovesse lasciare una sola consegna ai medici del nostro tempo, quale sceglierebbe?

Ippocrate

«Ὠφελεῖν ἢ μὴ βλάπτειν. (Corpus Hippocraticum, Epidemie, I, 11).

«Giovare, o non nuocere»

Rosagemma Ciliberti e Alessia Sigismondi

Forse è proprio questo che venticinque secoli di progresso non hanno cambiato.

Possiamo conoscere sempre più cose del corpo umano. Possiamo vedere ciò che un tempo era invisibile. Possiamo intervenire là dove per secoli la medicina ha potuto soltanto osservare.

Eppure, la domanda decisiva rimane: che cosa significa prendersi cura di un altro essere umano?

Ippocrate non può rispondere ai dilemmi della medicina contemporanea. Non conosce la terapia intensiva, il trapianto, la genetica, l’intelligenza artificiale, la procreazione medicalmente assistita o le neuroscienze. 

E forse proprio per questo vale la pena continuare a interrogarlo.

Al di là della distanza immensa che separa la sua medicina dalla nostra, rimane infatti una domanda alla quale nessuna tecnologia può rispondere al nostro posto: quale responsabilità assumiamo quando un altro essere umano affida la propria vita alle nostre mani?

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Nota metodologica

L’intervista è una costruzione narrativa. Le domande sono contemporanee; le risposte affidate alla voce di Ippocrate sono costituite da passi del Corpus Hippocraticum.

Nel dialogo, il nome «Ippocrate» è utilizzato come personificazione della tradizione ippocratica. Il Corpus Hippocraticum è infatti una raccolta composita, che comprende opere riconducibili ad autori e periodi differenti, e non è filologicamente possibile attribuire tutte le opere citate all’Ippocrate storico.

Le traduzioni italiane dei passi greci sono state formulate per questa intervista, mantenendo il più possibile il significato del testo originale.

I commenti bioetici costituiscono invece una lettura contemporanea e sono intenzionalmente distinti dalle fonti antiche. Concetti quali autonomia, One Health, salute planetaria, privacy digitale, appropriatezza terapeutica, eutanasia e bioetica non vengono pertanto attribuiti anacronisticamente agli autori ippocratici.

Il dialogo è immaginario.

Le parole antiche da cui prende vita, no

Forse è proprio questo il motivo per cui, a quasi un secolo di distanza, continuano a sembrarci
contemporanee.
Nel Tempio il silenzio non è assenza di suono.
È una presenza.
Le colonne sembrano custodire il tempo invece di sostenerne il peso.
La luce scende dall’alto, sfiora il marmo e disegna superfici nette, geometriche, quasi fossero uscite
da uno dei suoi quadri.
Poi accade qualcosa.
Non sento passi.
Non si apre alcuna porta.
Una figura prende lentamente forma, come se fosse sempre appartenuta a questo luogo e soltanto
ora avesse deciso di lasciarsi vedere.
Indossa un lungo abito color avorio.
Il turbante incornicia un volto scolpito con la stessa precisione delle sue figure.
I guanti sono perfetti.
Ogni piega dell’abito sembra studiata.
Persino l’immobilità appare una scelta.
Mi osserva.
Non sorride.
Ma nello sguardo riconosco immediatamente qualcosa.
Non superbia.
Controllo.
Il controllo di chi ha imparato molto presto che la vita può toglierti tutto.
Tranne ciò che riesci a costruire con le tue mani.
Davanti a me c’è Tamara de Lempicka.

Madame de Lempicka, se dovesse presentarsi a chi non l’ha mai conosciuta, direbbe di essere
una pittrice?

Sorride appena.
«No.
Direi di essere una donna che ha scelto di non farsi definire dagli altri.
La pittura è stata il modo migliore che ho trovato per riuscirci.»

Ha cambiato più volte la sua biografia. L’anno di nascita, il luogo in cui era nata, perfino
alcuni ricordi dell’infanzia. Perché?

«Perché la memoria è un materiale vivo.
La gente immagina che la propria identità sia qualcosa di immobile.
Io no.
L’identità si costruisce. Si lima. Si protegge. Si scolpisce.
Un pittore modifica continuamente una tela.
Per quale motivo non dovrebbe poter fare lo stesso con la propria vita?»

Non aveva paura che qualcuno la smascherasse?
«Smascherare cosa?
Esiste forse una sola verità su una persona?
Ogni individuo racconta sé stesso in modo diverso a seconda di chi ha davanti.
Io l’ho fatto con maggiore eleganza.»

La sua infanzia quanto ha inciso sulla donna che sarebbe diventata?
Per la prima volta abbassa lo sguardo.
«Più di quanto abbia mai ammesso.
Mia madre possedeva un’eleganza naturale.
Entrava in una stanza e sembrava che anche i mobili si disponessero diversamente.
Da lei imparai che l’immagine non è superficialità.

È linguaggio.
Mio padre, invece, scomparve molto presto dalla mia vita.
Le assenze educano quanto le presenze.
Forse di più.»

Che cosa le insegnò quell’assenza?
Rimane in silenzio.
«Che non bisogna dipendere da nessuno.
Le persone possono andarsene. Le fortune possono svanire. Le nazioni possono crollare.
L’unica ricchezza davvero sicura è quella che costruisci dentro di te.»

Da bambina sognava già di diventare pittrice?
Ride piano.
«No.
Da bambina sognavo di diventare libera.
La pittura arrivò dopo.»

Quando capì che non avrebbe avuto una vita ordinaria?
«Quando mi accorsi che l’ordinario pretende sempre un prezzo troppo alto.
Obbedienza. Conformismo. Piccole rinunce quotidiane.
Preferii pagare il prezzo dell’indipendenza.»

Lei si sposò giovanissima con Tadeusz Łempicki. Poi arrivò la Rivoluzione Russa.
Il volto resta immobile.
Ma la voce cambia.
Più lenta.

«In pochi mesi il mondo smise di assomigliare a quello che conoscevo.
Le case cambiarono proprietario.
Le persone cambiarono volto.
Gli amici impararono a diffidare gli uni degli altri.
Mio marito venne arrestato.
Per giorni non seppi se fosse vivo.»

Come riuscì a liberarlo?
«Con ostinazione.
Quando desidero qualcosa divento molto paziente. E molto pericolosa.
Parlai con diplomatici. Con funzionari. Con chiunque potesse aiutarmi.
Alla fine tornò libero. Ma la nostra vita non esisteva più.»

Che cosa prova una persona quando perde tutto?
Il silenzio dura qualche secondo.
«All’inizio non prova nulla. La mente si rifiuta di capire. Poi arriva una sensazione curiosa.
Scopri quanto poco possiedi davvero.
Una casa. Del denaro. Dei gioielli.
Sono soltanto oggetti.
La vera perdita è la certezza. Quando quella scompare, sei costretto a reinventarti.»

Fu allora che nacque Tamara de Lempicka?
«No.
Fu allora che morì la ragazza che ero stata.
La donna venne dopo.»

Arriva a Parigi senza patrimonio, senza protezioni, con una bambina da crescere. Molti
avrebbero cercato semplicemente di sopravvivere. Lei, invece, decide di diventare una pittrice
famosa.

«Perché sopravvivere non mi è mai interessato.
Io volevo vivere.
E vivere, per me, significava non dipendere economicamente da nessuno.
Le donne della mia epoca dovevano trovare un marito ricco.
Io preferii trovare dei collezionisti.»

È vero che studiava con una disciplina quasi militare?
Sorride.
«La disciplina è il talento degli adulti.
L’ispirazione è un lusso. Il lavoro è una necessità.
Entravo nello studio ogni mattina come un medico entra in ospedale.
Non aspettavo il desiderio. Cominciavo a dipingere.»

Lei ha detto una volta: “Fra cento quadri mediocri ce n’è sempre uno buono”.
«Sì.
Perché il perfezionismo non consiste nell’attendere il capolavoro.
Consiste nel lavorare abbastanza da permettergli di arrivare.»

Quando comprese che il successo era ormai vicino?
Ride.
«Quando iniziai a vedere persone molto ricche aspettare il proprio turno.
L’arte cambia davvero posizione sociale soltanto quando sono i potenti a cercare l’artista, e non il
contrario.»

Se dovesse scegliere un luogo per parlare di ciò che resta di una vita, sceglierebbe un museo o
un luogo come questo Tempio?

«Questo. Nei musei si conservano le opere. Qui si conserva il loro significato.»

Il Tempio torna silenzioso.
Tamara osserva una luce che attraversa il pavimento.
Per un istante sembra tornare la giovane profuga arrivata a Parigi con poche valigie e moltissime
paure.
Poi quell’immagine scompare.
Davanti a me resta la donna che il mondo avrebbe imparato a conoscere.
Non aveva semplicemente ricostruito la propria vita.
L’aveva progettata.
Come si progetta un edificio destinato a sopravvivere ai secoli.
E forse è proprio questo il segreto della sua arte.
Prima ancora di dipingere donne invincibili, Tamara de Lempicka aveva dovuto imparare a
diventarlo lei stessa.

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