Immagine manipolata con IA
Gabriele D’Annunzio
Può un uomo che ha trasformato la propria vita in un’opera d’arte insegnarci ancora qualcosa sulla morte?
A più di ottant’anni dalla sua scomparsa, Gabriele D’Annunzio continua a suscitare ammirazione, inquietudine e discussione. Poeta, narratore, uomo d’azione, costruì intorno alla propria esistenza una rappresentazione destinata a lasciare un segno profondo nella cultura italiana.
Eppure, dietro l’immagine del Vate, attraversa tutta la sua opera una riflessione continua sulla morte, sulla memoria, sul tempo e sull’eredità che ogni persona lascia dopo di sé.
È per questo che So.Crem ETS Genova ha scelto di inaugurare con lui la collana Voci dal Tempio.
Le domande sono quelle che appartengono al nostro presente. Le risposte nascono esclusivamente dalle sue opere e dai suoi scritti.
Il dialogo è immaginario.
Il pensiero no.
Malcotti
Benvenuto nel nostro Tempio Crematorio ottocentesco, Comandante. Qui le fiamme trasformano la materia in luce. Lei, che ha fatto della Bellezza una religione e della Vita un’opera d’arte, cosa prova in questo luogo di passaggio?
D’Annunzio
«Entrando in questo Tempio non odo il silenzio della fine, ma il respiro della trasformazione. La fiamma non distrugge: libera. Essa compie l’ultimo atto di quella tragedia sublime che è l’esistenza umana.
Ho sempre creduto che l’uomo dovesse dominare il proprio destino sino all’ultimo istante. La materia è soltanto l’involucro dell’impresa; lo spirito, invece, continua il suo viaggio nelle opere, nella memoria, nell’esempio lasciato ai viventi.
Queste architetture ottocentesche custodiscono una dignità severa, quasi romana. Qui il fuoco non è nemico, ma sacerdote. Celebra una liturgia antichissima: restituisce alla natura ciò che alla natura appartiene e affida all’eternità ciò che soltanto l’arte e il ricordo possono conservare.
In questo luogo non sento odore di morte. Avverto piuttosto il profumo austero della continuità.»
Malcotti
Nei suoi capolavori come “Il Piacere”, “Alcyone” e “Le Laudi” la Bellezza trionfa sempre. Come si concilia con la morte?
D’Annunzio
«La morte non è l’avversaria della Bellezza; ne è la misura.
Se l’uomo fosse eterno, nessuna rosa avrebbe valore, nessun tramonto ci commuoverebbe, nessun volto amato meriterebbe d’essere contemplato con tanta intensità.
La Bellezza vive proprio perché tutto passa.
Nei miei versi ho cercato di fermare l’istante prima che svanisse: il vento tra i pini, la luce sul mare, il profilo di una donna, il fragore di un’impresa.
La morte dissolve la carne; l’arte salva la forma.
Per questo il poeta combatte contro il tempo. Egli non pretende d’essere immortale nel corpo, ma nella parola. E finché un uomo leggerà un verso con emozione sincera, il poeta continuerà a respirare attraverso di lui.»
Malcotti
Un’immagine molto famosa è proprio La pioggia nel pineto. Come rileggerebbe oggi quei versi in questo luogo di fiamme?
D’Annunzio
«Nel Pineto fu la pioggia a sciogliere i confini dell’uomo dentro la natura.
Qui è la fiamma.
Là le gocce cadevano sulle tamerici, sui pini, sui mirti, rendendo ogni cosa parte della stessa armonia.
Qui il fuoco compie un’altra metamorfosi: restituisce il corpo agli elementi, come se l’uomo ritornasse finalmente al grande respiro del mondo.
Acqua e fuoco sembrano contrari, ma entrambi purificano.
Entrambi trasformano.
Entrambi ricordano che nulla davvero scompare.
Muta soltanto la forma.
E la poesia nasce proprio da questo perpetuo mutamento.»
Malcotti
Lei ha vissuto con grande passione patriottica e ha combattuto per l’Italia. Cosa direbbe ai giovani d’oggi davanti a queste fiamme?
D’Annunzio
«Direi loro di non vivere nell’attesa.
L’esistenza non concede repliche.
Chi consuma i propri giorni nella prudenza finisce per non averli vissuti.
Abbiate il coraggio di creare, di studiare, di amare, di rischiare, di servire una causa che sia più grande del vostro interesse personale.
Io ho conosciuto il volo, la guerra, il consenso e la solitudine.
Tutto passa.
Ciò che resta è il valore delle azioni compiute.
Non imitate la mia vita: imitate piuttosto la mia fame d’intensità.
Ogni generazione deve trovare il proprio modo di essere grande.
La mediocrità è l’unica vera sconfitta.»
Malcotti
Nel suo pensiero il Superuomo domina la materia. La cremazione è un gesto superumano?
D’Annunzio
«Il Superuomo non cerca privilegi sulla morte.
Egli cerca libertà davanti ad essa.
La cremazione mi appare come un gesto di estrema consapevolezza.
È la scelta di non lasciare che il tempo consumi lentamente ciò che ormai ha esaurito il proprio compito.
Il corpo ritorna immediatamente agli elementi.
L’opera rimane.
Non sono le ceneri a rendere immortale un uomo.
Lo rendono immortale il pensiero, il coraggio, la bellezza che egli ha saputo generare.
Il fuoco conclude l’esistenza biologica.
La memoria, se degna, continua l’esistenza spirituale.»
Malcotti
Lei ha scritto molto sull’amore e sulle donne. Che messaggio darebbe alle nuove generazioni su passione e caducità?
D’Annunzio
«L’amore è la più alta delle esperienze umane quando non si riduce a semplice possesso. È una forza creatrice, una febbre che accende l’intelligenza, affina i sensi, rende il mondo più intenso.
Ho amato donne straordinarie, ciascuna diversa come diverse sono le stagioni del mare. Alcune mi hanno donato serenità, altre tormento; tutte hanno lasciato nella mia anima un’impronta che la letteratura ha trasformato in canto.
Ma nessun amore appartiene all’eternità della carne. Tutto muta. Tutto sfiorisce. È proprio questa fragilità a renderlo prezioso.
Non abbiate paura della fine di un amore. Temete piuttosto di non averlo vissuto pienamente.
L’amore autentico non impoverisce l’uomo: lo amplia, lo costringe a conoscere parti di sé che ignorava. Anche quando termina, continua a vivere nella memoria come una musica che nessun silenzio riesce del tutto a cancellare.»
Malcotti
C’è un verso o un’opera sua che potrebbe essere inciso su una lapide qui alla Socrem?
D’Annunzio
«Non sceglierei parole che parlino della morte, ma della continuità.
Vorrei che il visitatore, leggendole, non abbassasse lo sguardo verso la terra, bensì lo sollevasse verso il cielo.
Forse inciderei queste parole del Notturno:
“Ho quel che ho donato.”
In esse è racchiusa una verità semplice e severa.
Nulla di ciò che tratteniamo ci appartiene davvero.
Solo ciò che abbiamo offerto agli altri — amore, opere, esempio, sacrificio — continua il proprio cammino quando noi non siamo più visibili.
Una lapide dovrebbe ricordare ai vivi non la presenza della morte, ma il dovere della vita.»
Malcotti
Come vede il rapporto tra la tradizione funeraria ottocentesca di questi luoghi e la modernità della cremazione?
D’Annunzio
«Non vi è contrasto, se entrambe nascono dal rispetto.
Le grandi architetture funerarie dell’Ottocento raccontano una civiltà che parlava attraverso il marmo, il bronzo, l’allegoria. Ogni monumento era un poema scolpito nella pietra.
La cremazione, invece, appartiene ad una sensibilità più essenziale.
Riduce ogni apparenza alla sua sostanza.
L’una celebra la permanenza della memoria attraverso la forma.
L’altra affida la memoria direttamente agli uomini.
Entrambe rispondono alla medesima domanda: come possiamo onorare chi ci ha preceduto?
Non è il rito a rendere nobile un popolo.
È la dignità con cui esso custodisce il ricordo.»
Malcotti
Il Vittoriale è la sua casa-museo eterna. Questo Tempio potrebbe essere un “Vittoriale delle ceneri”?
D’Annunzio
«Il Vittoriale nacque perché ogni stanza raccontasse un frammento della mia esistenza: le guerre, gli amori, i libri, il mare, il volo, il silenzio.
Questo Tempio racconta qualcosa di ancora più universale.
Qui non si celebra un solo uomo.
Qui ogni vita, celebre o ignota, riceve la medesima dignità.
In tal senso esso è persino più grande di qualunque dimora privata.
Le ceneri non conoscono gerarchie.
Esse ricordano che ogni uomo ritorna alla medesima origine.
Ciò che distingue un’esistenza dall’altra non è il destino finale, ma l’intensità con cui essa è stata vissuta.»
Malcotti
Qual è, secondo lei, il ruolo della letteratura di fronte alla morte?
D’Annunzio
«La letteratura è la più tenace ribellione dell’uomo contro il tempo.
Le città cadono.
Gli imperi si dissolvono.
Le statue si consumano.
Persino i monumenti più solidi finiscono col piegarsi alla pazienza dei secoli.
La parola, invece, possiede una forza sorprendente.
Attraversa le generazioni, cambia voce, cambia interpreti, ma continua a suscitare emozione.
Ogni poeta scrive, in fondo, per sfidare la dimenticanza.
Non per negare la morte.
Sarebbe un’illusione.
Ma per dimostrare che lo spirito umano può lasciare un’eco destinata a durare oltre la propria esistenza.
Se un giovane, tra cento anni, aprirà ancora una mia pagina e sentirà battere il cuore sotto quelle parole, allora io avrò vinto la mia battaglia più difficile.»
Malcotti
Domanda più leggera: se potesse scegliere un monumento artistico tra quelli presenti nei nostri cimiteri per sé, quale sceglierebbe?
D’Annunzio
«Non sceglierei un monumento che pianga la mia assenza, ma uno che celebri la forza della mia presenza.
Vorrei una figura alata nell’atto di levarsi, non di discendere. Un Genio che apra le ali verso la luce, come se il marmo stesso fosse colto nell’istante del volo.
L’angelo, per me, non dovrebbe avere il volto della malinconia, ma quello dell’audacia.
Le grandi sculture funerarie dell’Ottocento possiedono una qualità rara: parlano agli uomini senza bisogno di parole. Ogni piega del mantello, ogni gesto della mano, ogni sguardo rivolto al cielo racconta la speranza che la bellezza sopravviva al tempo.
Vorrei essere ricordato così: non come un uomo che riposa, ma come uno che continua il proprio cammino.»
Malcotti
Come giudicherebbe l’Italia di oggi rispetto a quella che ha sognato nei suoi scritti?
D’Annunzio
«L’Italia non è mai un’opera compiuta.
Ogni generazione riceve una patria incompleta e ha il dovere di renderla più degna di essere amata.
Vedo un popolo ricco di intelligenza, di arte, di ingegno creativo, ma talvolta dimentico della propria grande tradizione.
Noi possediamo montagne che sembrano templi, mari che hanno educato civiltà, città che ancora insegnano al mondo il significato della parola bellezza.
Eppure, la ricchezza più grande non consiste nei monumenti.
Risiede negli uomini.
Vorrei un’Italia meno timorosa, più consapevole del proprio patrimonio spirituale; un’Italia capace di coltivare il talento senza mortificarlo, il coraggio senza trasformarlo in arroganza, la libertà senza confonderla con l’indifferenza.
Una nazione vive finché continua a generare cultura.
Quando smette di creare, comincia lentamente a dimenticare sé stessa.»
Malcotti
Un consiglio finale ai ragazzi che studieranno le sue opere a scuola?
D’Annunzio
«Non cercate nei miei libri un autore da imparare a memoria.
Cercate un uomo che ha tentato di vivere con tutte le proprie forze.
Leggete lentamente.
Ascoltate il suono delle parole prima ancora del loro significato.
La lingua non serve soltanto a spiegare il mondo.
Può anche renderlo più intenso.
Studiate i classici non per superare un esame, ma per ampliare la vostra anima.
Ogni grande libro aggiunge una vita alla vostra.
E soprattutto non abbiate paura della bellezza.
Essa non rende l’uomo più debole.
Lo rende più esigente verso sé stesso.»
Malcotti
Lei ha parlato spesso di volo e di conquista del cielo. La cremazione ha qualcosa di “aereo” per lei?
D’Annunzio
«Il volo mi insegnò che la terra appare diversa quando la si contempla dall’alto.
L’uomo comprende allora quanto siano piccoli i suoi confini e quanto vasto sia l’orizzonte.
Anche la fiamma possiede questa qualità.
Essa alleggerisce.
Scioglie i vincoli della materia.
Non immagino l’anima come un corpo che ascende nello spazio, ma come una presenza che si libera dal peso delle cose finite.
Ogni fumo che sale verso il cielo ricorda simbolicamente questa aspirazione antichissima dell’uomo: elevarsi.
Tutta la mia vita è stata una ricerca di elevazione.
L’arte.
L’amore.
Il rischio.
Il volo.
Persino il dolore.
Tutto tendeva verso un’altezza che nessuna misura materiale avrebbe potuto raggiungere.»
Malcotti
Quale emozione prova nel vedere monumenti artistici come quelli del nostro cimitero?
D’Annunzio
«Provo gratitudine.
Ogni grande monumento funerario è una vittoria dell’arte sull’oblio.
Là dove il tempo vorrebbe cancellare un volto, interviene lo scultore.
Là dove il silenzio vorrebbe imporsi, parla il marmo.
Osservo queste figure e riconosco la medesima aspirazione che animava i poeti, i pittori, gli architetti del Rinascimento: trasformare la materia in spirito.
Il bronzo diventa sentimento.
La pietra diventa memoria.
La luce diventa preghiera.
Persino chi ignora il nome della persona commemorata percepisce che in quell’opera sopravvive qualcosa di umano.
Ed è proprio questo il compito dell’arte.
Non impedire la morte.
Impedire la dimenticanza.»
Malcotti
C’è un tema ricorrente nelle sue opere che si adatta particolarmente a questo luogo?
D’Annunzio
«Se dovessi indicarne uno soltanto, sceglierei la trasfigurazione.
Tutta la mia opera è attraversata dal desiderio di trasformare ciò che appare ordinario in qualcosa di più alto. La natura diventa canto, il dolore diventa poesia, l’amore diventa arte, perfino il sacrificio può diventare bellezza.
Questo Tempio custodisce la medesima intuizione.
Qui la morte non viene nascosta né addolcita. Viene attraversata.
La fiamma non è soltanto un fenomeno fisico: è il simbolo del passaggio, della metamorfosi, del ritorno dell’uomo al grande ciclo della natura.
Ogni civiltà ha cercato un’immagine capace di raccontare questo mistero.
Io avrei scelto proprio il fuoco.
Esso illumina mentre consuma, purifica mentre dissolve.
Così opera anche l’arte.»
Malcotti
Come immagina il dialogo tra le sue ceneri e quelle di altri grandi italiani qui presenti?
D’Annunzio
«Le ceneri non parlano.
Parlano le opere.
Immagino un silenzio popolato di voci invisibili, dove ogni grande italiano continua il dialogo iniziato durante la vita.
Il poeta conversa con il musicista.
Lo scienziato con l’artista.
Il patriota con il filosofo.
Non attraverso le parole, ma attraverso ciò che ciascuno ha lasciato al proprio Paese.
La memoria è una biblioteca che non chiude mai.
Ogni generazione vi entra, prende un libro diverso e continua la conversazione.
Se davvero esiste una forma di eternità terrena, essa consiste proprio in questo incessante dialogo tra i vivi e coloro che hanno saputo lasciare un segno.»
Malcotti
Un ultimo pensiero sulla memoria e sul lascito?
D’Annunzio
«Molti uomini desiderano essere ricordati.
Pochi si domandano per quale motivo dovrebbero esserlo.
La memoria non è un diritto.
È una conquista.
Essa nasce dal bene compiuto, dalla bellezza creata, dal coraggio dimostrato quando sarebbe stato più facile rinunciare.
Ogni giorno affidiamo qualcosa al futuro.
Una parola.
Un gesto.
Un’opera.
Un esempio.
Sono questi i semi che il tempo farà germogliare oppure dimenticherà.
Perciò non chiedetevi quanto vivrete.
Domandatevi piuttosto quale luce lascerete dietro di voi quando il vostro cammino sarà terminato.»
Malcotti
Quale verso vorrebbe lasciare come messaggio a chi visita questo Tempio?
D’Annunzio
«Non aggiungerei nuove parole.
Preferirei affidarmi a un pensiero che tutta la mia vita ha cercato di esprimere.
Direi semplicemente:
“Non temere la fine di ciò che è mortale; temi soltanto una vita che non abbia saputo generare bellezza.”
Chi entra in questo Tempio dovrebbe uscirne con maggiore amore per la vita.
La presenza della morte non serve a spegnere il cuore.
Serve ad accenderlo.
Ogni istante acquista valore proprio perché non ritorna.
Ed è questo che rende sacra l’esistenza.»
Malcotti
Grazie, Vate. Un dialogo che attraversa il tempo e la fiamma.
D’Annunzio
«No, caro amico.
È la Bellezza che attraversa il tempo.
Gli uomini passano.
Le stagioni mutano.
Le città cambiano volto.
Le generazioni si succedono come onde sopra il mare.
Ma ogni volta che un verso riesce ancora a commuovere, ogni volta che un’opera d’arte eleva lo spirito umano, ogni volta che un uomo trova il coraggio di vivere con pienezza, allora la fiamma non si è spenta.
Custodite questi luoghi come si custodisce un libro prezioso.
Qui riposano corpi, ma soprattutto dimore della memoria.
Finché gli uomini sapranno ricordare con dignità, nessuna morte avrà davvero l’ultima parola.
E se un giorno il mio nome dovesse svanire, poco importerebbe.
Vorrei che rimanesse vivo ciò che ho sempre inseguito: il culto della Bellezza, l’amore per la parola e l’incessante aspirazione dell’uomo a superare sé stesso.
Poiché soltanto chi ha osato vivere intensamente può consegnarsi serenamente all’eternità.»
