La nuova rubrica di So.Crem Genova
Il Presidente risponde
Da oggi nasce “Il Presidente risponde”, la rubrica in cui i soci e le socie di So.Crem Genova possono scrivere direttamente al Presidente Dott. Ivano Malcotti, ponendo domande — anche scomode, anche provocatorie — sui temi della morte, della memoria, della cremazione e del fine vita.
Ogni mese pubblicheremo su questo sito una nuova domanda (o una serie di domande) e la relativa risposta del Presidente, con l’obiettivo di costruire insieme uno spazio di confronto autentico su argomenti che riguardano tutti, ma di cui spesso si parla troppo poco.
Vuoi scrivere al Presidente? Invia la tua domanda a i.malcotti@socrem-genova.org— potrebbe essere la protagonista del prossimo episodio.
Gabriele e Gotham City
A volte le domande più profonde arrivano dai percorsi più inaspettati. Gabriele, socio di So.Crem Genova, quarantenne e grande appassionato dell’universo narrativo di Batman, ha scritto al Presidente Ivano Malcotti una serie di domande dedicate ai temi della morte, della memoria, della cremazione e del ricordo. Ne è nato un dialogo originale e ricco di spunti, nel quale perfino Gotham City, la città immaginaria in cui vive Batman, diventa lo spunto per riflettere sul significato della vita, della morte e della memoria.
D. Gabriele: Presidente Malcotti, la SOCREM nasce storicamente come baluardo di laicità, progresso e libertà di scelta contro i dogmi. Oggi, però, la cremazione è diventata una pratica di massa e, per molti versi, un business altamente standardizzato. Vi siete imborghesiti? Come risponde a chi accusa le società di cremazione di aver trasformato l’ultimo e più sacro saluto umano in una catena di montaggio industriale ed efficientista, dove il tempo è denaro e il dolore ha un timer?
R. Ivano Malcotti: Caro Gabriele, innanzitutto desidero ringraziarti per le domande che mi hai rivolto. Mi fa sempre piacere quando i soci sollecitano un confronto diretto sulle finalità e sui valori di So.Crem. E il piacere è ancora maggiore quando un socio dedica tempo e attenzione a riflettere su temi così delicati, ponendo domande profonde e tutt’altro che scontate.
La tua prima domanda è volutamente provocatoria e, proprio per questo, ancora più interessante. Dietro la provocazione, infatti, c’è una questione che riguarda tutti coloro che operano nel settore funerario.
È vero: oggi la cremazione è diventata una pratica largamente diffusa e, come ogni servizio, rischia talvolta di essere interpretata esclusivamente in termini organizzativi o economici.
Hai usato un’espressione molto significativa, parlando dell’«ultimo e più sacro saluto umano». Come associazione laica non attribuiamo necessariamente al termine sacro un significato religioso. Credo, però, che esista una sacralità anche laica, che nasce dal valore irripetibile di ogni essere umano e delle relazioni che ha costruito durante la vita. È questa la sacralità che sentiamo il dovere di custodire: il rispetto della sua storia, della sua memoria e del dolore di chi resta.
Naturalmente abbiamo il dovere di garantire un servizio tecnicamente corretto, sicuro ed efficiente. Ma questo, da solo, non basta. Dietro ogni cremazione ci sono una vita, una famiglia e un lutto. Se perdiamo questa consapevolezza, il rischio di trasformare tutto in una semplice procedura esiste davvero.
Per questa ragione So.Crem Genova ha scelto una strada diversa. Le nostre radici affondano nella difesa della libertà di scelta, della laicità e della centralità della persona. Oggi quegli stessi valori ci chiedono di compiere un passo ulteriore: contribuire a rendere più umano il modo in cui le persone affrontano la malattia, il morire e il lutto. Coerentemente con questa visione, negli ultimi anni abbiamo investito nella formazione della Doula della fragilità e del Fine Vita, nella ricerca scientifica, nella Casa delle Parole, e nei numerosi progetti culturali e sociali che So.Crem promuove sul territorio. Se il nostro obiettivo fosse stato soltanto quello di gestire un servizio, non avremmo dedicato tempo, energie e risorse a iniziative che non hanno alcuna finalità commerciale, ma esclusivamente culturale, sociale e umana.
Se qualcuno ci accusasse di esserci “imborghesiti”, risponderei che sarebbe stato molto più semplice limitarci ad amministrare un servizio. Noi abbiamo scelto una strada più impegnativa: contribuire a costruire una cultura della cura, della prossimità e dell’accompagnamento. Crediamo che il compito di So.Crem non sia soltanto quello di tutelare il diritto di ciascuno a decidere secondo le proprie convinzioni, ma anche quello di promuovere, durante la vita, una comunità più consapevole, più solidale e più capace di prendersi cura gli uni degli altri.
La vera sfida non è rendere più efficiente la morte, ma rendere più umana la vita fino al suo ultimo istante.
D. Gabriele: Genova è una città demograficamente anziana, un terreno fertile per il vostro settore. La SOCREM gestisce un immenso patrimonio culturale e di memoria, ma anche una fitta rete di relazioni istituzionali. Qual è il vero confine tra la vostra missione filantropica e l’influenza politica che esercitate sul territorio comunale nella gestione dei servizi cimiteriali? State privatizzando il diritto al riposo eterno dei genovesi?
R. Ivano Malcotti: Non credo sia corretto parlare di influenza politica, né tantomeno di privatizzazione. So.Crem è un’associazione del Terzo Settore che, da oltre un secolo, dialoga con le istituzioni nel pieno rispetto dei rispettivi ruoli. Il nostro obiettivo non è sostituirci al pubblico, ma contribuire, con idee, competenze e progetti, al miglioramento dei servizi e alla crescita culturale della comunità.
La prova è anche nelle posizioni che abbiamo assunto negli ultimi anni. Quando abbiamo ritenuto che determinate scelte potessero incidere sull’interesse collettivo, come nel caso della proposta di realizzazione di un impianto crematorio privato a Genova, abbiamo espresso con chiarezza la nostra contrarietà. Non per difendere una posizione di So.Crem, ma perché ritenevamo che un servizio così delicato dovesse continuare a essere governato secondo logiche di interesse pubblico e non esclusivamente di mercato.
Nello stesso tempo abbiamo elaborato proposte concrete per migliorare i servizi rivolti a chi affronta l’esperienza della perdita, come il progetto della Casa Funeraria, pensata non come una struttura commerciale, ma come un luogo di accoglienza, di commiato e di sostegno, capace di restituire tempo, dignità e umanità a uno dei momenti più delicati della vita. Alla stessa visione appartengono anche il Parco della Continuità e il Muro dei Legami: non opere pensate per So.Crem, ma luoghi aperti a tutta la cittadinanza, dove la memoria, gli affetti e i legami possano trovare nuove forme di espressione. Crediamo che anche i luoghi del commiato possano evolvere, diventando spazi di incontro, di riflessione e di continuità affettiva, oltre che di commemorazione.
È proprio da questa impostazione culturale che nasce un progetto più ampio con il quale So.Crem intende promuovere una cultura della vita, della cura e delle relazioni, sviluppando iniziative che accompagnino le persone non solo nel momento del lutto, ma in tutti quei passaggi dell’esistenza nei quali l’ascolto, la memoria e la solidarietà diventano strumenti di benessere condiviso. Per noi parlare di fine vita non significa guardare alla morte, ma riflettere sul valore della vita e contribuire a costruire una comunità più attenta, solidale e capace di prendersi cura delle persone.
Mi piace ricordare una frase di Dame Cicely Saunders, fondatrice del moderno movimento delle cure palliative: “Non possiamo aggiungere giorni alla vita, ma possiamo aggiungere vita ai giorni”. È questo lo spirito che anima So.Crem: non limitarci a tutelare il diritto di ciascuno all’autodeterminazione anche nel fine vita, ma contribuire, finché possibile, ad aggiungere vita ai giorni attraverso la cultura, le relazioni, la solidarietà e la partecipazione.
Se proponiamo idee alle istituzioni è perché riteniamo che un’associazione del Terzo Settore debba svolgere anche una funzione propositiva. La nostra ambizione non è esercitare influenza, ma generare valore pubblico: mettere competenze, esperienza e progettualità al servizio della città. Saranno poi, naturalmente, le istituzioni, nella loro piena autonomia, a valutare le proposte e ad assumere le decisioni che riterranno più opportune.
D. Gabriele: Parliamo di tabù. Molti scelgono la cremazione per “scomparire” senza lasciare il peso di una tomba. Ma la dispersione delle ceneri o l’affidamento domestico spesso creano strappi familiari silenziosi, privando chi resta di un luogo fisico del lutto. La SOCREM promuove davvero la libertà dell’individuo, o sta incentivando una cultura della rimozione della morte, dove chi muore deve fare “meno spazio e meno disturbo” possibile?
R. Ivano Malcotti: La libertà di scelta è uno dei valori fondanti di So.Crem e continuerà a esserlo. Tuttavia, la libertà non coincide con l’individualismo. Ogni decisione relativa al fine vita e alla destinazione delle ceneri ha inevitabilmente una dimensione relazionale, perché coinvolge anche chi rimane.
Per questo riteniamo che le modalità di conservazione, affidamento o dispersione delle ceneri debbano nascere da una scelta consapevole e, quando possibile, condivisa con i propri familiari. L’esperienza ci insegna che decisioni assunte senza un dialogo con le persone più vicine possono talvolta lasciare incomprensioni o ferite difficili da elaborare.
In questa prospettiva So.Crem promuove la figura del Cerimoniere Interreligioso, che non ha il compito di sostituire le scelte della famiglia, ma di accompagnarla nella costruzione di un momento di commiato condiviso, rispettoso delle convinzioni di ciascuno e capace, quando necessario, di favorire il dialogo e la composizione di sensibilità diverse. Anche il rito può diventare uno spazio di ascolto, di mediazione e di ricomposizione dei legami.
La stessa esperienza ci ha inoltre portato a riflettere sull’importanza di offrire nuovi luoghi e nuove forme di commemorazione. Le proposte del Parco della Continuità e del Muro dei Legami derivano proprio da questa consapevolezza: il bisogno umano di mantenere un legame con chi non c’è più non scompare con la cremazione né con la dispersione delle ceneri. Cambiano le forme della memoria, ma il bisogno di ricordare e di dare continuità ai legami rimane profondamente umano.
Per questo non crediamo in una cultura della rimozione della morte. Al contrario, il nostro progetto culturale nasce dall’idea di riportare il tema della morte dentro la vita, attraverso il dialogo, la cultura, la formazione e il sostegno alle persone nei momenti di maggiore vulnerabilità.
Parlare di morte significa imparare a vivere con maggiore consapevolezza e aiutare ciascuno a compiere scelte libere, ma anche responsabili verso le persone che ama.
La nostra missione non è fare “meno spazio e meno disturbo”. È fare in modo che ogni persona possa essere ricordata secondo le proprie volontà, senza dimenticare che la memoria è sempre un patrimonio condiviso, che appartiene anche a chi continua a vivere.
D. Gabriele: Presidente, facciamo un esperimento mentale. Gotham City è lo specchio esasperato delle nostre paure urbane. Se la SOCREM dovesse aprire una filiale a Gotham, dove la morte è uno spettacolo quotidiano e i cimiteri monumentali come l’Arkham Cemetery traboccano, come convincerebbe una cittadinanza così traumatizzata che la cremazione è la scelta migliore? In una città che non riesce a trovare la pace da viva, come si vende l’idea della cenere e della dispersione? Non crede che a Gotham, come a Genova, le persone abbiano un disperato bisogno di un pezzo di pietra su cui piangere per credere che la vita sia esistita davvero?
R. Ivano Malcotti: In realtà non cercherei di convincere nessuno che la cremazione sia la scelta migliore. Se dovessi convincere qualcuno, tradirei la storia stessa di So.Crem. La nostra associazione non è nata per convincere le persone a scegliere la cremazione, ma per difendere il diritto di ciascuno a decidere liberamente come desidera che siano rispettate le proprie volontà anche dopo la morte, nel rispetto delle proprie convinzioni, dei propri valori e della legge. Il rispetto dell’autodeterminazione è il nostro valore fondante e continua a esserlo.
La domanda, però, coglie un tema molto profondo. Ogni essere umano ha bisogno di mantenere un legame con chi non c’è più. Quel legame, tuttavia, non coincide necessariamente con una tomba. C’è chi sente il bisogno di un luogo fisico; per altri, invece, quel legame può continuare a vivere attraverso un albero, il Parco della Continuità, il Muro dei Legami, un paesaggio, un oggetto, un rito condiviso o un ricordo custodito nella famiglia, piuttosto che in un cinerario comune.
È da questa riflessione che nascono alcune delle proposte che ho già menzionato. Non vogliamo eliminare i luoghi del ricordo, ma ripensarli, affinché possano offrire a chi vive l’esperienza della perdita uno spazio di raccoglimento, di relazione e di continuità affettiva, anche quando si sceglie la cremazione o la dispersione delle ceneri.
Se dovessi immaginare Gotham, non partirei dalla domanda: “Come convincere qualcuno a scegliere la cremazione?”, ma da un’altra: “Di cosa ha bisogno chi affronta un lutto per ritrovare il desiderio di vivere?”. La risposta, probabilmente, non è una tecnica funeraria, ma una comunità capace di custodire la memoria, di accompagnare il dolore e di non lasciare solo chi resta.
È questo, in fondo, il senso della visione che So.Crem porta avanti oggi: non sostituire una pietra con un’urna, ma aiutare ciascuno a trasformare il ricordo in un legame che non si spegne. Perché ciò che sopravvive a una vita non è il marmo o l’urna, ma i legami che quella persona ha saputo costruire.
D. Gabriele: Presidente, La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato e per la disponibilità a confrontarsi anche con domande volutamente provocatorie.
R. Ivano Malcotti: Grazie a te, caro Gabriele. Le tue domande mi hanno dato l’opportunità di riflettere ancora una volta sul senso più profondo del nostro impegno. Continua a coltivare la tua curiosità. Sono spesso le domande più coraggiose a far nascere le riflessioni più importanti.
Monica e la tanatologia
Per molti anni Monica ha insegnato nella scuola primaria. Oggi è in pensione ed è socia di So.Crem Genova da cinque anni. Il suo passato di maestra continua, però, a influenzare il modo in cui osserva il mondo: con curiosità, attenzione alle parole e una particolare sensibilità verso il valore della formazione.
Dopo aver letto e ascoltato sempre più spesso il termine “tanatologia”, Monica ha deciso di rivolgere al Presidente Ivano Malcotti alcune domande dirette: che cosa significa realmente questa parola? Chi è il tanatologo? Quale preparazione deve possedere? E perché una figura che opera accanto alle persone nel momento della massima vulnerabilità dovrebbe conoscere anche il diritto?
Ne è nato un dialogo sul bisogno di riportare la morte dentro la vita, ma anche sulla necessità di evitare improvvisazione, ambiguità professionali e risposte troppo semplici di fronte a esperienze umane tanto complesse.
D.Monica: Presidente Malcotti, per molti anni ho insegnato ai bambini che le parole sono importanti e che, prima di usarle, bisogna comprenderne il significato. Oggi si sente parlare sempre più spesso di “tanatologia”, ma ho l’impressione che pochi sappiano davvero che cosa sia. Non rischiamo di utilizzare una parola difficile per rendere ancora più distante un tema, quello della morte, che la nostra società già cerca continuamente di evitare?
R. Ivano Malcotti: Cara Monica, innanzitutto desidero ringraziarti per questa domanda, perché parte da un punto fondamentale: il significato delle parole.
Hai ragione. Il termine “tanatologia” può apparire specialistico, forse persino freddo, soprattutto quando viene accostato a un’esperienza così intima e universale come la morte. Ma la tanatologia nasce, in realtà, proprio dal tentativo di ridurre quella distanza.
La parola deriva dal greco Thanatos, morte, e logos, discorso, studio, conoscenza. La tanatologia è quindi il campo che studia il morire, la morte, il lutto e il modo in cui le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni affrontano la finitudine.
Non si occupa soltanto del corpo che cessa di vivere. Si interroga anche sulla paura, sulla perdita dell’autonomia, sulle relazioni familiari, sulle decisioni di fine vita, sui rituali, sulla memoria, sui diritti della persona e sul dolore di chi resta.
Il vero problema, dunque, non è che la parola sia difficile. Il problema nasce quando la utilizziamo senza spiegarla oppure quando la trasformiamo nell’etichetta di una nuova specializzazione chiusa e autoreferenziale.
La tanatologia dovrebbe fare esattamente il contrario: riportare la morte dentro il linguaggio comune, renderla pensabile e affrontabile, senza banalizzarla e senza nasconderla dietro formule tecniche.
Come insegnante sai bene che dare un nome alle cose non significa allontanarle. Spesso significa finalmente poterle riconoscere e condividere.
D. Monica: Se la tanatologia riguarda tutti, perché abbiamo bisogno di un tanatologo? Per secoli le persone hanno accompagnato i propri familiari senza professionisti specializzati. Non rischiamo di delegare a un esperto anche una delle esperienze più naturali e profonde dell’esistenza?
R. Ivano Malcotti: È una domanda molto importante, perché pone il problema della progressiva professionalizzazione di ogni aspetto della vita.
Per secoli la morte è stata prevalentemente domestica e comunitaria. Si moriva in casa, circondati dai familiari, e il vicinato partecipava al commiato. Esistevano rituali condivisi, parole conosciute e tempi socialmente riconosciuti per il lutto.
Oggi il modo di morire è profondamente cambiato. La morte avviene spesso in ospedale, nelle residenze sanitarie, negli hospice o in altri contesti assistenziali. È circondata da tecnologie, protocolli, decisioni cliniche, norme giuridiche e problemi organizzativi.
Le famiglie, inoltre, sono frequentemente più piccole, più frammentate e meno preparate ad affrontare direttamente la malattia grave. Molte persone arrivano alla morte di un familiare senza aver mai visto morire qualcuno e senza possedere un linguaggio con cui parlare di ciò che sta accadendo.
Il tanatologo non dovrebbe sostituire la famiglia, la comunità o le relazioni affettive. Non dovrebbe diventare “il tecnico della morte” al quale delegare ogni parola e ogni gesto. La sua funzione dovrebbe essere quella di accompagnare, facilitare, orientare e aiutare le persone a ritrovare risorse che spesso possiedono già, ma che la paura e il disorientamento rendono difficili da riconoscere.
Il professionista autentico non occupa lo spazio degli affetti. Aiuta gli affetti a ritrovare uno spazio.
Il rischio della delega esiste davvero, ma la risposta non può essere l’improvvisazione. Deve essere una professionalità capace di sostenere le persone senza sostituirsi a loro.
D. Monica: Arriviamo allora alla figura del tanatologo. Chi è davvero? Uno psicologo? Un assistente spirituale? Un educatore? Una persona che ha vissuto molti lutti? Ho il timore che, senza una definizione precisa, chiunque possa attribuirsi questo titolo.
R. Ivano Malcotti: Il tuo timore è fondato. Proprio per questo ritengo indispensabile affrontare seriamente il tema della professionalizzazione.
Il tanatologo non può essere definito soltanto come una persona sensibile, empatica o interessata alla morte. La sensibilità personale è preziosa, ma non costituisce da sola una competenza professionale. Anche aver vissuto un lutto importante non rende automaticamente capaci di accompagnare il dolore degli altri.
L’esperienza personale può generare profondità, ma può anche produrre identificazioni, proiezioni e interpretazioni che rischiano di sovrapporre la propria storia a quella della persona assistita.
Il tanatologo dovrebbe essere un professionista formato nello studio del morire, della morte e del lutto. Dovrebbe possedere conoscenze cliniche di base, competenze psicologiche e relazionali, preparazione bioetica e giuridica, sensibilità culturale, capacità di lavorare in équipe e consapevolezza dei limiti del proprio intervento.
Ciò non significa che debba esercitare tutte le professioni contemporaneamente.
Il medico resta responsabile delle valutazioni e delle decisioni cliniche. Lo psicologo e lo psicoterapeuta possiedono specifiche competenze nella valutazione e nel trattamento della sofferenza psicologica. L’assistente sociale interviene sui bisogni e sulle risorse sociali. L’assistente spirituale risponde alle esigenze religiose o confessionali. Il giurista offre la consulenza specialistica sulle norme e sui diritti.
Il tanatologo dovrebbe conoscere questi ambiti abbastanza da comprenderne l’importanza, dialogare con i diversi professionisti e riconoscere quando sia necessario un invio.
La capacità di dire “questo problema non appartiene alla mia competenza” non indebolisce una professione. La rende credibile.
D. Monica: Lei insiste molto sulla formazione. Ma non teme che un percorso troppo accademico produca professionisti pieni di nozioni e incapaci di stare davvero accanto a una persona che soffre? In tanti anni di scuola ho incontrato insegnanti preparatissimi, ma incapaci di ascoltare un bambino.
R. Ivano Malcotti: Anche questa osservazione è molto vera. La preparazione teorica, da sola, non garantisce la capacità di costruire una relazione umana.
Possiamo conoscere perfettamente le teorie del lutto e non saper tollerare il silenzio di una persona. Possiamo studiare la comunicazione delle cattive notizie e utilizzare comunque parole fredde o inadeguate. Possiamo conoscere i principi della bioetica e non riuscire a riconoscere le paure reali di una famiglia.
Per questo la formazione del tanatologo non dovrebbe essere soltanto accademica. Dovrebbe integrare teoria, pratica e riflessione personale.
Sono necessari tirocini supervisionati negli hospice, nei servizi di cure palliative, negli ospedali, nei servizi territoriali e nelle realtà associative. Servono analisi di casi, simulazioni, momenti di confronto e spazi nei quali il futuro professionista possa interrogarsi sulle proprie reazioni.
Soprattutto, è necessaria la supervisione. Chi lavora con la morte porta inevitabilmente nella relazione le proprie paure, i propri lutti, le proprie convinzioni e il proprio bisogno di sentirsi utile. Ignorare questi elementi non li elimina. Li rende soltanto meno visibili e, quindi, potenzialmente più pericolosi.
La professionalizzazione che immagino non è quella di chi accumula titoli, ma quella di chi unisce conoscenza, esperienza, responsabilità e capacità di mettersi continuamente in discussione.
Come accadeva nella scuola, anche nella tanatologia il sapere diventa autentico soltanto quando incontra la persona concreta.
D. Monica: Vorrei soffermarmi su un aspetto che spesso viene trascurato. Tra le competenze del tanatologo lei indica anche il diritto. Perché dovrebbe conoscere norme e procedure? Non è sufficiente che questi aspetti siano affidati agli avvocati, ai notai e ai medici?
R. Ivano Malcotti: Il diritto è una componente fondamentale della formazione tanatologica, perché la morte e il fine vita non coinvolgono soltanto emozioni e relazioni. Coinvolgono anche libertà, responsabilità e diritti.
Pensiamo al consenso informato, al diritto di conoscere o non conoscere determinate informazioni, al rifiuto dei trattamenti, alle disposizioni anticipate, alla pianificazione condivisa delle cure, alla tutela delle persone che non sono più capaci di esprimere autonomamente la propria volontà.
Pensiamo anche alle volontà relative alla cremazione, all’affidamento o alla dispersione delle ceneri, alle forme del commiato e alla tutela della riservatezza.
Il tanatologo non deve trasformarsi in avvocato, notaio o medico-legale. Deve però possedere un’adeguata alfabetizzazione giuridica.
Deve sapere che una persona resta titolare di diritti anche quando è fragile, dipendente o vicina alla morte. Deve conoscere i limiti della propria attività, evitare di fornire indicazioni improprie e riconoscere quando sia necessario coinvolgere un professionista competente.
La conoscenza del diritto serve anche a proteggere il tanatologo stesso. Chi opera senza conoscere le proprie responsabilità può oltrepassare inconsapevolmente i confini del proprio ruolo, trattare informazioni riservate in modo inadeguato o intervenire in decisioni che non gli competono.
Diritto e bioetica sono collegati, ma non coincidono. Il diritto stabilisce ciò che è permesso, vietato o obbligatorio. La bioetica ci aiuta a riflettere su ciò che è proporzionato, rispettoso e moralmente responsabile nella situazione concreta.
Un professionista del fine vita deve conoscere entrambe le dimensioni. Accompagnare una persona significa anche riconoscerla come soggetto di diritto fino all’ultimo istante e rispettare, dopo la morte, le volontà che ha legittimamente espresso.
D. Monica: Ha parlato di lutto. Oggi ho l’impressione che anche il dolore debba rispettare dei tempi: bisogna reagire, tornare al lavoro, riprendere rapidamente la vita normale. Il tanatologo deve aiutare a “superare” il lutto
R. Ivano Malcotti: Non credo che il verbo “superare” descriva adeguatamente l’esperienza del lutto.
La morte di una persona significativa non è un ostacolo da lasciarsi semplicemente alle spalle. È una trasformazione profonda della propria vita, delle relazioni e, talvolta, della propria identità.
Il dolore non procede secondo una sequenza ordinata. Non esistono fasi obbligatorie che tutti debbano attraversare nello stesso modo e nello stesso tempo. Una persona può alternare tristezza, rabbia, serenità, nostalgia, senso di colpa e momenti nei quali torna a provare interesse per la vita.
Il tanatologo non dovrebbe misurare il lutto con un cronometro né trasformare automaticamente il dolore in una malattia. Dovrebbe aiutare la persona a riconoscere ciò che sta vivendo, a trovare parole e forme di espressione, a mantenere o trasformare il legame con chi non c’è più.
Il ricordo non deve essere cancellato per poter tornare a vivere. Può diventare una presenza interiore, una memoria condivisa, un valore trasmesso o un gesto che continua nel tempo.
Naturalmente esistono situazioni nelle quali la sofferenza diventa persistente, gravemente invalidante o accompagnata da comportamenti pericolosi. In questi casi è necessario coinvolgere psicologi, psicoterapeuti o psichiatri.
Anche qui la competenza consiste nel non patologizzare ogni dolore, ma anche nel non sottovalutare quello che richiede un intervento clinico.
D. Monica: Da ex insegnante non posso evitare una domanda sull’educazione. Dovremmo parlare della morte anche a scuola? Oppure rischieremmo di caricare i bambini di paure che non sono ancora in grado di affrontare?
R. Ivano Malcotti: Credo che i bambini incontrino la morte molto prima di quanto gli adulti siano disposti ad ammettere.
La incontrano quando muore un nonno, una persona conosciuta o un animale al quale erano affezionati. La incontrano nelle storie, nei film, nelle notizie e nei cambiamenti della natura. Soprattutto, percepiscono il dolore e il silenzio degli adulti, anche quando nessuno spiega loro che cosa stia accadendo.
Evitare completamente l’argomento non protegge necessariamente i bambini. Talvolta li lascia soli con fantasie e paure più grandi della realtà.
Parlare della morte a scuola non significa organizzare lezioni astratte o imporre una visione filosofica, religiosa o scientifica. Significa educare alla vita, al cambiamento, alla perdita, alla memoria e alla cura delle relazioni.
La scuola può offrire parole adeguate all’età, ascoltare le domande, utilizzare la letteratura e accompagnare i bambini quando la comunità scolastica viene colpita da un lutto.
Naturalmente occorrono insegnanti preparati, attenzione alle famiglie e rispetto delle differenze culturali e religiose. Non è un compito da improvvisare.
Ma una scuola che parla soltanto della nascita, della crescita e dei successi, evitando la fragilità e la perdita, offre ai bambini un’immagine incompleta dell’esistenza.
Educare alla finitudine non significa togliere serenità. Può significare insegnare a riconoscere il valore del tempo, delle relazioni e della presenza.
D. Monica: Non pensa che la creazione di una figura professionale dedicata alla morte possa finire per medicalizzarla ancora di più? Prima affidiamo il morire agli ospedali, poi affidiamo il lutto agli psicologi e adesso rischiamo di affidare tutto il resto ai tanatologi.
R. Ivano Malcotti: Il rischio esiste e dobbiamo riconoscerlo apertamente.
La tanatologia non deve diventare un nuovo apparato che sottrae alle persone la capacità di affrontare la morte. Non deve appropriarsi dei rituali, del dolore, della memoria o delle scelte familiari.
Il professionista dovrebbe intervenire per restituire possibilità, non per creare dipendenza. Dovrebbe favorire la partecipazione della famiglia e della comunità, non sostituirsi a esse.
Per questo preferisco parlare di un professionista del limite, non di uno specialista della morte. La morte non può essere curata, corretta o risolta. Può essere accompagnata.
La professionalizzazione serve proprio a evitare che l’intervento diventi arbitrario o invasivo. Un tanatologo adeguatamente formato dovrebbe sapere quando essere presente, quando orientare, quando collaborare e anche quando fare un passo indietro.
La vera misura della sua competenza non è il numero di parole che pronuncia, ma la capacità di riconoscere ciò di cui la persona ha realmente bisogno.
D. Monica: Quale ruolo potrebbe avere So.Crem Genova nello sviluppo di questa cultura e nella formazione dei tanatologi
R. Ivano Malcotti: So.Crem può svolgere una funzione culturale, educativa e civile molto importante.
La nostra associazione nasce dalla difesa della libertà di scelta, della laicità e del rispetto delle volontà individuali. Oggi questi valori ci chiedono di guardare non soltanto a ciò che accade dopo la morte, ma anche al modo in cui le persone vengono accompagnate prima del decesso e al sostegno offerto a chi rimane.
Possiamo promuovere incontri pubblici, attività formative, ricerca e momenti di confronto tra professionisti, istituzioni e cittadini. Possiamo contribuire a rendere più comprensibili i diritti del fine vita, le disposizioni anticipate, le scelte relative alla cremazione e le diverse forme della memoria.
Possiamo inoltre sostenere una formazione tanatologica seria, interdisciplinare e supervisionata, evitando scorciatoie e percorsi privi di adeguati standard.
Il nostro compito non è attribuire titoli con leggerezza. È contribuire alla costruzione di una cultura nella quale chi accompagna la vulnerabilità sia preparato, responsabile e consapevole dei propri limiti.
La morte riguarda tutti, ma proprio per questo nessuno dovrebbe utilizzarla come terreno di improvvisazione o di affermazione personale.
D. Monica: Presidente, le pongo un’ultima domanda da maestra. Se dovesse spiegare in una sola frase a un bambino che cosa fa un tanatologo, che cosa direbbe.
R. Ivano Malcotti: Direi che il tanatologo è una persona preparata che aiuta chi ha paura, chi sta per perdere qualcuno o chi sente molto la mancanza di una persona amata, affinché nessuno debba affrontare da solo domande tanto difficili.
Aggiungerei però qualcosa che forse un bambino comprende meglio di molti adulti: aiutare non significa avere tutte le risposte.
A volte significa ascoltare. A volte significa trovare le parole. A volte significa rispettare il silenzio. E altre volte significa semplicemente restare accanto a qualcuno, senza fuggire.
D. Monica: Presidente, La ringrazio. Dopo tanti anni trascorsi a insegnare, continuo a pensare che una società si riconosca anche da ciò che decide di trasmettere alle generazioni successive. Forse imparare a parlare della morte è uno dei modi più importanti per insegnare il valore della vita.
R. Ivano Malcotti: Grazie a te, cara Monica. Le tue domande ci ricordano che l’educazione non termina con la scuola e che, durante tutta la vita, abbiamo bisogno di parole capaci di aiutarci ad attraversare i cambiamenti, le separazioni e le perdite.
La tanatologia, nel suo significato più autentico, non è una cultura della morte. È una cultura della consapevolezza, della responsabilità e della cura.
Parlare della fine non significa rinunciare alla vita. Significa riconoscerne il valore, proprio perché sappiamo che il tempo, le persone e le relazioni non sono infiniti.