Scienza, etica e umanità, non solo biologia. Il pensiero del medico di famiglia

di Stefano Alice

Direttore Centro di riferimento per la formazione specifica in Medicina Generale della Regione Liguria

Negli ultimi anni, i dati ISTAT (2015-2019) documentano una trasformazione nel luogo del decesso dei pazienti oncologici: diminuiscono le morti a domicilio (−3,09%) e aumentano quelle in hospice (+2,71%) e in ospedale (+0,3%). Questo cambiamento non è solo statistico, ma il riflesso di assetti socio-demografici complessi. L’invecchiamento della popolazione, le modificazioni della struttura familiare, le difficoltà logistiche dell’assistenza domiciliare e l’accessibilità crescente a cure palliative in setting specializzati hanno determinato la riduzione della possibilità, o del desiderio, di concludere la vita nella propria abitazione.
In letteratura, numerose evidenze dimostrano che l’integrazione precoce di cure palliative migliora il controllo dei sintomi, riduce interventi sproporzionati e aumenta la soddisfazione dei pazienti. Il coinvolgimento del medico di famiglia, grazie alla sua vicinanza, favorisce un approccio multidisciplinare, in cui professionisti sanitari, psicologi e operatori sociali collaborano per promuovere un fine vita coerente con le preferenze individuali. La continuità del rapporto, costruita nel tempo, consente di pianificare anticipatamente le cure, attenuare l’impatto della malattia terminale e, ove possibile, sostenere il desiderio di permanere a casa.
Non solo la ricerca clinica, ma anche la letteratura narrativa offre spunti significativi. In “La morte di Ivan Il’ič” di Lev Tolstoj, il protagonista percepisce l’indifferenza e l’inadeguatezza dell’assistenza, mentre la figura di Gerasim incarna una cura autentica e umana. In “Una morte dolcissima” di Simone de Beauvoir, l’autrice evidenzia la complessità emotiva del fine vita, rimarcando i limiti di una sanità incapace di fornire un accompagnamento realmente personalizzato. Analogamente, “I martedì col professore” di Mitch Albom mostra l’importanza del sostegno relazionale, che conferisce significato e sollievo anche in assenza di tecnologie avanzate.
Queste testimonianze corroborano le linee guida delle società scientifiche: l’assistenza di fine vita non deve limitarsi alla dimensione clinico-biologica, ma integrare aspetti psicologici, sociali e relazionali. Il medico di famiglia svolge un ruolo di regia, coordinando servizi territoriali e risorse, modulando le terapie e favorendo una comunicazione chiara ed empatica. Ne è un esempio la realtà genovese dell’Associazione Gigi Ghirotti, dove l’integrazione tra assistenza domiciliare, hospice e medico di base dimostra come un approccio collaborativo possa migliorare significativamente la qualità delle cure nel tratto finale dell’esistenza.
Per invertire la tendenza rilevata dai dati ISTAT non basta potenziare hospice e reparti: è necessario rafforzare l’assistenza integrata a casa, utilizzare la telemedicina, valorizzare le professionalità sul territorio e promuovere una cultura della morte consapevole. In tale contesto, la formazione del medico di famiglia risulta decisiva, poiché gli consente di garantire continuità, fiducia e rispetto dei valori del paziente. Attraverso una rete assistenziale meglio strutturata e una relazione più umana con il malato, è possibile restituire centralità alla dimensione relazionale della cura, rendendo il fine vita non un evento meramente biologico, ma un momento in cui scienza, etica e umanità si intrecciano.

Condividi questo articolo:

Altre notizie di SO.CREM

Call Now Button